LE VILLE MEDICEE

LA VILLA REALE (SEDE ACCADEMIA DELLA CRUSCA)

villa reale castelloLa Villa medicea di Castello si trova nella zona collinare di Castello a Firenze, molto vicina all’altra celebre villa medicea della Petraia, ed è famosa soprattutto per i magnifici giardini, secondi solo a quelli di Boboli. Oggi la villa, chiamata anche Villa Reale, L’Olmo o Il Vivaio, è visitabile solo su prenotazione in occasioni speciali perché sede dell’Accademia della Crusca e dell’Opera del Vocabolario Italiano, mentre i giardini sono un sito gestito dalla Soprintendenza per il Polo Museale di Firenze.

Il toponimo della località Castello deriva dalle cisterne (castellum) di un acquedotto romano che qui aveva il suo tracciato. Questo acquedotto fu fatto costruire dal senatore Marco Opellio Macrino (164-218) che, nel 217, diventerà Imperatore di Roma. Lungo l’acquedotto c’erano serbatoi d’acqua chiamati “castelli” e la borgata prese il nome di Castello dell’Olmo, per un olmo che era in questo punto.

La villa, che già esisteva nel XIV secolo, fu acquistata alla famiglia Della Stufa verso il 1480, da Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, appartenenti al ramo “popolano” della famiglia, che l’ampliarono e l’arricchirono di opere d’arte. Lorenzo, da non confondere con il cugino Lorenzo il Magnifico, fu uno dei più grandi committenti di Sandro Botticelli: gli commissionò La Primavera e La nascita di Venere proprio per decorare questa villa, grandi dipinti che oggi sono il vanto degli Uffizi.

LA STORIA E LE ORIGINI

Alla morte di Giovanni di Pierfrancesco la Villa fu ereditata dalla vedova e dal figlio Giovanni delle Bande Nere che vi risiedette con la moglie Maria Salviati e il figlio Cosimo. All’epoca la villa era costituita da una corte, una sala terrena con loggiato, cucine e stalle.

Nell’aprile 1527 il Duca di Urbino stabiliva il suo quartier generale nella villa: egli capeggiava un esercito composto da soldati papalini e francesi che Clemente VII e Francesco I avevano mandato in aiuto di Firenze, minacciata da Carlo V.

I cardinali Silvio Passerini (1459 – 1529), Innocenzo Cybo (1491 – 1550) e Niccolò Ridolfi (1501 – 1550), mandati dal Papa a Firenze come suoi “Legati” insieme a Ippolito dei Medici e ad Alessandro dei Medici, si recarono a Castello a prendere accordi con il Duca di Urbino, per paura di una rivolta del popolo fiorentino. La rivolta scoppiò, ma fu domata dal Duca di Urbino che era stato precedentemente informato dal comandante della guardia del palazzo Medici di via Larga.

Nel 1529 gli Otto di Guerra e di Balia ordinarono di distruggere raccolti, case, ville, chiese, muri e alberi intorno alla città, per impedire al nemico di trovare viveri, alloggi, costruzioni da fortificare: anche gli abitanti di Castello dovettero evacuare il loro borgo e correre a Firenze.

La villa venne saccheggiata e incendiata durante l’assedio di Firenze (1529-1530), come la quasi totalità delle altre strutture fuori mura cittadine, ma fortunatamente, rispetto alle altre ville del contado, riportò danni minori.

Con la caduta della Repubblica, Castello ricostruì le case distrutte e gli abitanti tornarono al lavoro dei campi e alle occupazioni consuete.

LA VILLA, STRUTTURA ED INTERNI

La villa medicea di Castello presenta una struttura architettonica costituita da un corpo di fabbrica anteriore e un corpo di fabbrica posteriore, entrambi a pianta rettangolare, collegati tra loro su ciascun lato da un corpo di fabbrica quadrangolare; nel loro insieme i quattro corpi di fabbrica addossati tra loro delimitano il cortile interno della villa a pianta rettangolare. L’intero complesso architettonico si articola su due livelli.

La villa ha una pregevole facciata con elementi di sobria semplicità, ma al contempo di grande eleganza: un grande portale in pietra serena e finestre inginocchiate al piano terreno (cioè con un davanzale sostenuto da due volute che facevano pensare a gambe genuflesse), e semplici finestre con soglia e cardinaletti in pietra al primo piano, oltre alle parture rettangolari del sottotetto. Alcune finestre sono dipinte in trompe-l’oeil, soprattutto quelle del mezzanino. La serie di finestre al livello del terreno dà invece luce alle cantine.

Il fulcro della villa è il cortile cinquecentesco, con due logge sul lati minori. Della decorazione originale cinquecentesca della villa ornamenti originari è restato in situ solo un’Annunciazione, affresco entro la lunetta a testata della scala, attribuito a Raffaellino del Garbo.

Al piano terreno si trova poi un grande salone con affreschi paesaggistici ottocenteschi, oggi usato per convegni e per sedute pubbliche dell’Accademia della Crusca. Gli affreschi raffigurano le colline attorno a Firenze e alcune vedute immaginarie con rovine incorniciate da colonne dipinte, come per ricreare l’impressione di un loggiato che faccia da tramite al vicino giardino della villa.

Si trovano attiguamente una piccola cappella e la cosiddetta Sala degli armadi, che prende il nome dalle scaffalature che ospitavano i testi originali dei dizionari della Crusca, oggi sostituiti da copie in facsimile. Su soffitto è presente un affresco delle Stagioni.

Sempre al pian terreno si trova la Sala delle Pale, che prende il nome dalle 153 antiche “pale” che vi sono ordinatamente appese sui muri. Ognuna rappresenta un accademico (a partire dalle cinque a sinistra del lato nord-ovest dei primi fondatori, Giovan Battista Detti, Anton Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano de’ Rossi), ed è decorata dallo pseudonimo usato nell’Accademia (spesso un aggettivo legato alla lavorazione del pane come Riscaldato, Azzimo, Ozioso), un motto e una raffigurazione dipinta a mo’ di stemma, il tutto su una pala in legno come quelle comunemente usate all’epoca per prendere le granaglie. I due dipinti qui conservati sono particolarmente significativi per la storia dell’Accademia: una allegoria di Filippo Baldinucci, accademico, e un Ritratto di San Zanobi, scelto come protettore dell’istituzione. Anche i singolari diciotto sgabelli (gerle) posti ai lati della stanza sono ricavati da sporte da pane rovesciate con infilata una pala che fungeva da schienale. Un frullone è il simbolo dell’Accademia, lo strumento simile a un setaccio usato anticamente per separare il fior di farina dalla crusca.

 

Fonte: wikipedia.it

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